I giardini di marzo

cielo_s_3

…e ho nell’anima in fondo all’anima
cieli immensi e immenso amore
e poi ancora, ancora amore amor per te…

Lucio Battisti – “I giardini di marzo”

La pace

…l’odore di quest’aria che riempie i miei polmoni e li accarezza
il cielo che raccoglie i miei pensieri e mi da sicurezza…

Jovanotti – “La pace”

Sei felice?

Avete mai sentito di qualcuno che era felice mentre stava morendo?
Forse quell’alpinista (l’ho letto sul giornale) che è arrivato su, e non
è più tornato giù: ha raggiunto il suo scopo!
Oppure quel sub che è andato giù e non è più tornato su: ha fatto il suo
record personale. Forse un sorriso gli è scappato.
E poi ci sono io, alla fine di questa storia. Eccomi, vi sembrerà strano
ma anche se sto per morire, sono felice!

Aldo, in “Chiedimi se sono felice

LA BONTA’

La bontà è lo stato naturale del mondo. Il mondo è buono! Anche
quando sembra cattivo, è buono. In Dio c’è soltanto bontà. E quella
stessa bontà è anche in tutti noi, potete sentirla dentro di voi.
Sapete che cosa vuol dire sentirsi bene dentro.
Sì, anche voi siete figli di Dio. Siete buoni. Siete sacri.
Rispettate voi stessi e amate la bontà che è in voi.
Poi, offrite quella bontà al mondo.
Queste sono le Istruzioni per tutti.

Dio vi ha creato in modo tale che vi sentiate bene quando fate le
cose giuste. Prestate attenzione a quando vi sentite bene e seguite
quella sensazione di benessere. La sensazione del bene viene da Dio.
Quando vi sentite bene, anche Dio si sente bene. Voi e Dio vi
sentite bene insieme.

(da “Nobile Uomo Rosso” – Il mondo straordinario di un Wisdomkeeper Lakota
di Harvey Arden)

Il capo indiano Noah Sealth

«Sono un pellerossa e non comprendo nulla. Noi preferiamo il soave sussurro del vento sull’acqua di uno stagno, o il profumo dello stesso vento rinfrescato dalla pioggia di mezzogiorno o profumato dall’aroma di pino. L’aria è l’elemento più importante per il pellerossa, dato che tutti gli esseri dividono lo stesso respiro: l’animale, l’albero, l’uomo, tutti respiriamo la stessa aria».

Così parlò il capo indiano Noah Sealth, il giorno in cui dovette vendere le sue terre, nelle fertili praterie americane, agli uomini bianchi.

Il 21 gennaio 1855, gli indiani americani vennero costretti a cedere il loro territorio (più di due milioni di acri) ai bianchi per 150.000 dollari, che il governo degli Stati Uniti avrebbe pagato loro in rate annuali.

Quel giorno, il capo indiano Noah Sealth pianse; aveva quasi 70 anni. Viveva nella Casa dell’Uomo Vecchio, un grande villaggio costruito da suo padre, nel quale convivevano otto capi tribù con le loro famiglie.

Questo è un pezzo del discorso che il capo indiano pronunciò il giorno in cui firmò il trattato con il Grande Capo Bianco di Washington.

«Gli uomini bianchi comprano le nostre terre. Come si po’ comprare o vendere il firmamento o il calore della terra? Se non siamo padroni della freschezza dell’aria, né del rumore dell’acqua, voi, come farete a comprarli?

Ogni zolla di questo terreno è sacra alle mie genti.

L’acqua limpida che score nei fiumi e nei ruscelli è anche il sangue dei nostri antenati. Se vi vendiamo le nostre terre, dovete ricordare che sono sacre, e che ogni riflesso, ogni gorgoglio dell’acqua del lago e dei ruscelli, racconta la vita della nostra gente.

Il sussurro dell’acqua è la voce del padre di mio padre.

Sono un selvaggio e non concepisco altro modo di vivere. Ho potuto vedere migliaia di bufali imputridire nella prateria, uccisi a fucilate dagli uomini sul treno in corsa.

Sono un selvaggio e non posso capire come una macchina che fa fumo possa essere più importante del bufalo, che noi uccidiamo solamente per sopravvivere».

Il Piccolo Principe

“Quello che è importante, non lo si vede…”
“Certo…”
“E’ come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una
stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono
fiorite”.
“Certo…”
“E’ come l’acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era come una
musica, c’era la carrucola e c’era la corda… ti ricordi… era
buona”.
“Certo…”
“Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti
possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia
stella sarà per te una delle stelle. Allora, saranno tue amiche. E
poi ti voglio fare un regalo…”
Rise ancora.
“Ah! ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!”
“E sarà proprio questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni,
quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono
che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei
problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste
stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una
di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu
avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”
E rise ancora.
“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento
di avermi conosciuto. Sarai sempre mio amico. Avrai voglia di ridere
con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere… E i
tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo.
Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti
crederanno pazzo.
“T’avrò fatto un brutto scherzo…”
E rise ancora.
“Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli
che sanno ridere…”
E rise ancora.

da “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupery