Il richiamo della foresta

da Il richiamo della foresta di Jack London

Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando, dallo stretto di Puget a San Diego, per lui e per ogni cane di grossa taglia, con muscoli forti e una pelliccia calda e spessa.

[incipit]

Ogni notte, puntualmente, alle nove, a mezzanotte e alle tre levavano un canto notturno, un canto misterioso e affascinante a cui Buck si univa con gioia. Quando l’aurora boreale divampava fredda nel cielo o le stelle palpitavano in una gelida danza, mentre la terra intorpidita e ghiacciata giaceva sotto il sudario di neve, quel canto dei cani eschimesi avrebbe potuto essere una sfida della vita; ma era modulato in chiave minore, con gemiti prolungati e singhiozzi interrotti ed era piuttosto una supplica della vita, esprimeva il travaglio dell’esistenza. Era un canto antico, antico come la razza stessa, uno dei primi canti del mondo giovane, quando i canti erano tristi.

(Pagina 55)

Lo dominava l’impeto della vita, la marea dell’essere, la gioia perfetta di ogni muscolo, di ogni giuntura, di ogni tendine, poiché questo era il contrario della morte, era ardore e violenza, si esprimeva nel movimento, nello sfrecciare esultante sotto le stelle e sopra le cose morte e immobili.

(Pagina 57)

Nel cuore della foresta risuonava un richiamo emozionante, misterioso e attraente e tutte le volte che lo udiva si sentiva costretto a voltare le spalle al fuoco e alla terra battuta che lo circondava, per addentrarsi nella foresta, sempre più avanti, senza sapere dove andava né perché; né si domandava dove o perché il richiamo risuonasse imperiosamente nel cuore della foresta.

(Pagina 83)

Gli piaceva correre nella luce crepuscolare della mezzanotte estiva, ascoltando i mormorii sommessi e sonnolenti della foresta, leggendo segni e suoni come un uomo può leggere un libro e cercando la fonte del richiamo misterioso, quella voce che lo chiamava nella veglia o nel sonno, in qualunque momento, perché la raggiungesse.

(Pagina 94)

Andò nel centro della radura e rimase in ascolto: era il richiamo, il richiamo dalle molte note, che risuonava più allettante e imperioso che mai.

(Pagina 102)

Ma non sempre è solo. Quando vengono le lunghe notti invernali e i lupi inseguono la loro preda nelle valli più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nella luce pallida della luna o nel fioco chiarore dell’aurora boreale, balzando gigantesco innanzi ai compagni, la grande gola tonante nel canto del mondo più giovane, il canto del branco.

[explicit]

Anche se l’ho trovato troppo simile a Zanna Bianca l’epopea di Buck mi ha coinvolto ed emozionato. Sono d’accordo con Mario Picchi che nell’introduzione dice che Il richiamo della foresta è la “rappresentazione della ricerca di amore e libertà”. Come può quindi non affascinare almeno un po’? In fin dei conti, non è un po’ quello che cerchiamo tutti?
http://www.naufragio.it/iltempodileggere/11999

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