L’abbazia di Northanger

Da L’abbazia di Northanger di Jane Austen.

Nessuno che avesse veduto Catherine Morland negli anni della sua infanzia, avrebbe supposto che fosse nata per divenire un’eroina.

[incipit]

La signora Morland era un’ottima donna, e desiderava vedere i suoi figli al loro meglio; ma il suo tempo era talmente occupato nel partorirli e nell’educare i più piccoli, che le sue figlie maggiori erano inevitabilmente lasciate a sbrigarsela da sole. Non c’era dunque da stupirsi se Catherine che non possedeva per natura nulla di eroico, preferiva il cricket, il baseball, l’equitazione e, a quattordici anni, il girovagare per la campagna, ai libri – o, almeno, ai libri d’informazione – perché, a patto che nessuna utile conoscenza potesse scaturirne, a patto che fossero soltanto storie senza riflessioni, ai libri non aveva nulla da eccepire. Tuttavia dai quindici ai diciassette anni ecco che cominciò il suo apprendistato da eroina: lesse tutte quelle opere che un’eroina deve leggere per arricchire la sua memoria di quelle citazioni che sono così utili e confortanti nelle vicissitudini della sua vita futura.

(Pagine 37-38)

Non esisteva un solo lord nelle vicinanze – no, neppure un baronetto. Non c’era una famiglia fra le conoscenze dei Morland che avesse adottato e sostentato un bambino trovato per caso alla loro porta – non un solo giovane la cui origine fosse sconosciuta. Suo padre non aveva pupilli, e il signore del villaggio non aveva figli.
Ma quando una signorina è nata per essere una eroina, l’ostinazione malevola di quaranta famiglie dei dintorni non può impedirglielo.

(Pagina 39)

Sembra che per un generale desiderio si disprezzino le capacità e si sottovaluti il lavoro dei romanzieri ignorando opere che hanno soltanto genialità, spirito e buon gusto per essere apprezzate.
[…]
È soltanto Cecilia, o Camilla, o Belinda; o, insomma, soltanto un’opera nella quale si manifesta una grande forza intellettuale, una profonda conoscenza della natura umana, una indovinata indagine delle sue varietà e uno spirito, un humor espresso nel più scelto linguaggio.

(Pagina 63)

…soltanto la brevità del tempo le impedì di comprarsene uno nuovo [vestito] per quella occasione. Quello sarebbe stato un errore grande ma assai comune, dal quale un rappresentante dell’altro sesso, un fratello, meglio di una prozia, poteva metterla in guardia: soltanto un uomo infatti può essere informato della insensibilità di un uomo nei confronti di un vestito nuovo.
[…]
La donna si fa bella solo per soddisfare se stessa: non c’è uomo che l’ammiri di più, non c’è donna che le voglia più bene per questo. La pulizia e l’eleganza sono sufficienti per il primo e un tantino di squallore e di trascuratezza possono essere più accattivanti per la seconda.
(Pagine 105-106)
Una persona, uomo o donna, che non ama un buon romanzo, dimostra di essere intollerabilmente stupida.

Tilney
(Pagina 142)

Quelle dispute tra papi e re, con guerre e pestilenze a ogni pagina. Quegli uomini tutti buoni a nulla e così poche donne, alla fine mi stancano.

L’opinione di Catherine sulla Storia
(Pagina 144)

Dal fondo del cuore lei si vergognava della propria ignoranza. Una vergogna sbagliata: quando si desidera di essere amati, si dovrebbe mostrarsi sempre ignoranti. Mostrarsi bene informati rivela una incapacità di tener conto della vanità degli altri: il che una persona sensibile dovrebbe sempre cercar di evitare. Una donna, in ispecie, se ha la disgrazia di possedere qualche conoscenza, dovrebbe nasconderla come meglio può.

(Pagina 146)

Gli addii furono brevi e sarebbero stati anche più brevi se non fosse stato trattenuto dalle urgenti insistenze della sua bella perché se ne andasse, se ne andasse subito. Due volte essa lo richiamò dalla porta esprimendogli il desiderio di saperlo partito.

(Pagina 157)

— Io vi capisco benissimo.
— Capite me? Già, io non so parlare con tanta eleganza da essere inintellegibile.

Tilney e Catherine
(Pagina 169)

Verrà mai questo benedetto mercoledì? Venne, ed esattamente quando era logico aspettarselo.

(Pagina 254)

Non indagheremo se i tormenti dell’assenza fossero alleviati o no da una corrispondenza clandestina. I signori Morland non ci badarono, troppo indulgenti per esigere una promessa; e quando Catherine riceveva una lettera (il che in quel tempo avveniva spesso) si voltavano da un’altra parte.

(Pagina 295)

Cominciare una vita di perfetta felicità alla rispettiva età di ventisei e diciotto anni, non capita a tutti. E confessandomi inoltre convinta che la ingiusta interferenza del generale invece di essere un reale ostacolo alla loro felicità, forse la favorì provocando la loro reciproca conoscenza e rinforzando il loro affetto, lascio che ognuno stabilisca se l’intenzione di quest’opera sia a favore della tirannia dei padri o della disobbedienza dei figli.

[explicit]

L’inizio del romanzo è divertentissimo, poi, andando avanti con la lettura, queste parti divertenti sono un po’ più rare, ma non importa perché ormai la trama, con le varie (dis)avventure di Catherine, mi aveva catturata. Peccato per il finale che si risolve troppo in fretta e in questo mi ha un po’ deluso.
Comunque proprio un bel libro, mi sono veramente divertita moltissimo a leggerlo!
http://www.naufragio.it/iltempodileggere/12329

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