Ventimila leghe sotto i mari

Un fatto bizzarro, un fenomeno inspiegabile ed inspiegato che tutti certamente ricordano, segnò l’anno 1866. Le popolazioni portuali si agitarono, la cosiddetta opinione pubblica ne fu sovraeccitata, e non parliamo poi dell’emozione che colse in special modo la gente di mare. Anche i negozianti, armatori, capitani di bastimenti e skippers e masters europei ed americani, ufficiali di marina di ogni paese, nonché i vari governi dei due continenti, entrarono in indicibile eccitazione.
[incipit]

Se il signore vuole avere la grande cortesia di appoggiarsi alla mia spalla, il signore nuoterà molto più a suo agio».
[…]
«Tu! Tu!»
«Per l’appunto, e agli ordini del signore.»
«La botta ti ha mandato in mare insieme a me?»
«Affatto. Ma essendo io al servizio del signore, ho seguìto il signore.»
Il bravo ragazzo trovava la cosa naturalissima.
(Pagina 55,56)

Il secondo sconosciuto merita una descrizione più minuziosa. […] Subito ne capii le qualità dominanti: la fiducia in sé, dalla testa nobilmente eretta sull’arco formato dalla linea delle spalle, e dagli occhi neri che guardavano con fredda sicurezza; la calma, giacché la pelle, pallida più che colorita, denotava sangue tranquillo; l’energia visibile dalla rapida contrazione dei muscoli frontali; ed infine il coraggio, poiché dal vasto respiro si intuiva la grande espansione vitale. Aggiungerò che era fiero, che lo sguardo fermo e pacato pareva riflettere alti pensieri, e che da tutto l’insieme, dall’armonia dei gesti del corpo e del viso, stando alle osservazioni dei fisionomisti, risultava una franchezza indiscutibile.
Mi sentii «involontariamente» rassicurato in presenza sua, ben auspicando dall’incontro. Poteva avere da trentacinque a cinquant’anni, non saprei dirlo con precisione. Alto di statura, fronte larga, naso diritto, bocca nettamente disegnata, denti magnifici, mani fini, allungate ed eminentemente «psichiche», per adoperare una parola da chiromanti, cioè degne di un’anima appassionata. Particolare interessante: gli occhi, un po’ distanti l’uno dall’altro, potevano abbracciare simultaneamente circa un quarto d’orizzonte. […] Che sguardo! Come ingrandiva le cose rimpicciolite dalla lontananza! Come andava fino in fondo all’anima! Come attraversava le acque, opache per noi, e come leggeva nelle profondità del mare!
(Pagina 62,63)

— Siete sempre lo stesso! Non vi logorate troppo né la bile né i nervi! Sempre calmo! Sareste capace di recitare il “benedicite”, e di morir di fame piuttosto che lagnarvi!
— A che servirebbe, tanto?
— Ma, servirebbe a lagnarsi! Sarebbe già qualcosa.
Ned Land e Consiglio
(Pagina 69)

Signore, per voi sono il capitano Nemo. Voi e i vostri compagni, siete per me i passeggeri dei Nautilus.
Il Capitano Nemo
(Pagina 76)

Il mare è tutto: non per nulla copre i sette decimi del globo. Ha un’aria pura e sana, è il deserto immenso dove l’uomo non è mai solo, perché sente la vita fremergli accanto. Il mare è il veicolo di un’esistenza soprannaturale e prodigiosa, è movimento ed amore, è l’infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. […] Il mare è l’immensa riserva della natura: da lui, per così dire, ebbe origine il globo; e chissà, forse anche con lui avrà fine. E’ suprema tranquillità, perché non soggiace ai despoti, i quali, ancora sulla sua superficie stessa, possono invece continuare ad esercitare iniqui diritti, e battersi, e divorarsi, trasportandovi tutti gli orrori terrestri. Ma a trenta piedi sotto il suo livello, la loro influenza si estingue ed il loro potere scompare! Ah, signore, vivete, vivete in seno al mare… Lì soltanto, c’è indipendenza! Lì, non ho padroni! Lì, sono libero!
Nemo
(Pagina 77,78)

— Il vostro Nautilus è proprio un battello magnifico.
— Sì professore, e l’amo come la carne della mia carne. […] Se è vero che l’ingegnere nutre maggior fiducia del costruttore stesso, ed il costruttore ne ha più del capitano, potete capire quanta ne abbia io, che sono tutt’e tre insieme!
Arronax e Nemo

Quell’[uomo], professore, è figlio del paese degli oppressi. Ed io, a quel paese appartengo, e apparterrò fino all’ultimo respiro.
Il Capitano Nemo
(Pagina 195)

Consiglio […] mi vide immergere rapidamente un braccio nella rete e gettare un grido da vero conchigliologo, cioè il grido più acuto che possa uscire da gola umana.
(Pagina 150)

Di solito, i giocatori rimpiangono meno la perdita del denaro, che non quella delle speranze assurde.
(Pagina 234)

Alla domanda fatta seimila anni or sono dall’Ecclesiaste: «Chi potrà mai sondare le profondità dell’abisso?», due uomini fra tutti hanno ora il diritto di rispondere: il capitano Nemo, ed io.
[explicit, selezionare per leggere]

 

da Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne

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