La lista di Schindler

Frasi da La lista di Schindler di Thomas Keneally.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszewskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa.
[incipit]

Probabilmente Oskar riferì gli avvenimenti della serata a Stern, perché ben presto si sparse la voce, all’amministrazione e nelle fabbriche, che c’era una lista Schindler. Valeva la pena affrontare qualunque cosa pur di esservi inclusi.

Gli uomini come Stern possedevano, ovviamente, un dono ancestrale per fiutare un Gentile giusto, che si poteva usare come cuscinetto o come parziale rifugio contro le crudeltà degli altri. Una specie di sesto senso per scoprire dove poteva esserci una casa sicura, un potenziale asilo. E da quel momento in avanti la possibilità che Herr Schindler si trasformasse in un rifugio avrebbe colorato la loro conversazione, proprio come avrebbe fatto una impalpabile promessa sessuale scambiata quasi
impercettibilmente fra un uomo e una donna a un ricevimento. Si era creata un’atmosfera di cui era più consapevole Stern di quanto non lo fosse Schindler; e non sarebbe stato pronunciato niente di esplicito, per timore di guastare quel fragile rapporto.

Ma anche se la vita di prigione comporta un’enorme capacità di diffondere e di prestar fede alle dicerie, non sarebbero mai riuscite a immaginare quante persone potevano essere uccise col gas in un giorno, quando il sistema funzionava bene. Stando alle affermazioni di Höss, si poteva arrivare fino a novemila unità.

Ma a Stern e agli altri apparve subito chiaro che Frau Schindler non restava lì, in quel piccolo appartamento del piano terra, solo per dovere coniugale. C’era da parte sua anche una specie di impegno ideologico. Su un muro della casa era appesa un’immagine di Gesù Cristo, con il cuore in vista avvolto dalle fiamme. Stern aveva visto quella stessa raffigurazione nelle case dei cattolici polacchi. Ma non c’era stato niente del genere nei due appartamenti che Oskar aveva occupato a Cracovia. Il Cristo con il cuore esposto non sempre era un elemento rassicurante quando lo si vedeva nelle cucine polacche. Ma nell’appartamento di Emilie aveva tutta l’aria di una promessa, di un impegno personale della donna.

Dopo alcuni anni una di quelle donne avrebbe cercato di spiegare i suoi sentimenti di quel momento a una troupe televisiva tedesca. «[Schindler] Era nostro padre, nostra madre, la nostra sola fede. Non ci ha mai abbandonato.»

Ma il gioielliere Wulkan, vedendo Chaja nel cortile della fabbrica, si accorse con enorme stupore che veramente esistevano individui in grado di offrire un’incredibile salvezza.

I vecchi amici di baldorie di Oskar, fra i quali Amon e Bosch, talvolta pensavano a lui come a una vittima di un virus ebreo. Fuori di ogni metafora, attribuivano alla definizione un significato letterale e non davano nessuna colpa al contagiato. Avevano constatato che era successo ad altre brave persone. Una certa zona del cervello veniva soggiogata da qualcosa che era per metà un batterio e per metà una magia. Alla domanda se fosse una malattia contagiosa avrebbero risposto: Sì, molto. Il caso dell’Oberleutenant Sussmuth poteva essere considerato un caso di lampante contagio.
[Sussmuth è un ingegnere che aiutò molto Oskar a ralizzare il campo in Moravia e a portarvi dentro ebrei salvati da Auschwitz]

Ma l’unica cosa che avevano a portata di mano per fare un regalo era del vile metallo. Fu il signor Jereth a suggerire una fonte a cui attingere qualcosa di meglio. Aprì la bocca per mostrare i suoi ponti d’oro. Se non fosse stato per Oskar, disse, le SS se li sarebbero presi comunque. I miei denti sarebbero finiti in un mucchio, in qualche magazzino delle SS, insieme con quelli di tanti estranei di Lublino, Łòdz e Lwòw.
Era un’offerta appropriata e Jereth insisté perché fosse accettata. Si fece tirar via i ponti da un prigioniero che un tempo aveva fatto l’odontotecnico a Cracovia. Licht fece fondere il metallo per farne un anello e a mezzogiorno dell’8 maggio vi incideva all’interno un’iscrizione in ebraico, un versetto talmudico che Stern aveva citato a Oskar nell’ufficio di Buchheister, l’ottobre del 1939: «Chi salva una vita salva il mondo intero».

Oskar pronunciava un discorso in difesa dei suoi compatrioti che tutti i prigionieri sopravvissuti a quella notte avrebbero sentito ripetere mille volte in un prossimo futuro. Comunque, se c’era una persona che si era guadagnato il diritto di pronunciare quella difesa e di sentirsi ascoltare perlomeno con tolleranza, quella persona era indubbiamente Herr Oskar Schindler.

Finiti i saluti, Oskar esibì le sue referenze in ebraico. Il rabbino le lesse e incominciò a piangere.

Pfefferberg aveva dovuto puntare una pistola alla testa di un soldato che era penetrato negli alloggi delle donne e aveva afferrato la signora Krumholz. (Per anni la signora avrebbe rimproverato Pfefferberg, puntandogli contro un dito accusatore: «Questo furfante mi ha tolto l’unica possibilità che avevo di fuggire con un uomo giovane!»)

Per qualche ragione – forse perché il polacco si comportò con molta umanità nell’interrogatorio che seguì, o forse per la familiarità del linguaggio – Reubinski crollò, si mise a piangere e raccontò tutta la storia nella sua lingua. Furono convocati uno per uno tutti gli altri, messi a confronto con Reubinski e informati che aveva confessato. Poi furono invitati a riferire la loro versione della verità in polacco. Quando, alla fine della mattinata, si scoprì che tutte le versioni collimavano perfettamente, tutti i componenti del gruppo, compresi gli Schindler, furono radunati nella stanza degli interrogatori e abbracciati da entrambi gli inquisitori. Il francese, riferisce Reubinski, piangeva.
[…]
Quando, quella sera, Oskar si sedette a pranzo con Emilie, Reubinski, i Rechen e gli altri, dovette constatare che le sue proprietà erano passate alla Russia, i suoi ultimi gioielli e denaro erano andati perduti nei meandri della burocrazia dei liberatori. Era senza un soldo, ma pranzava in maniera eccellente in un buon albergo, con parte della sua «famiglia». Su quel modello sarebbe stato improntato tutto il suo futuro.

Era l’anno del processo ad Adolf Eichmann e la visita di Oskar in Israele sollevò un certo interesse nella stampa internazionale. La vigilia del processo, il corrispondente del londinese Daily Mail scrisse un articolo sul contrasto tra le storie dei due uomini e citò il preambolo di un ricorso che gli Schindlerjuden avevano fatto a favore di Oskar. «Noi non dimentichiamo i dolori dell’Egitto, noi non dimentichiamo Haman, noi non dimentichiamo Hitler. In mezzo ai reprobi, noi non ci dimentichiamo dei giusti. Ricordatevi di Oskar Schindler.»

Passò un altro mese prima che il corpo di Oskar, in una bara rivestita di piombo, fosse condotto attraverso le strade super-affollate della Città Vecchia fino al cimitero cattolico, che si affaccia a sud sulla valle di Hinnom, chiamata Gehenna nel Nuovo Testamento. Nelle foto del corteo funebre apparse sui giornali si riconoscono – in mezzo a una marea di altri Schindlerjuden – Itzhak Stern, Moshe Bejski, Helen Hirsch, Jakob Sternberg, Juda Dresner.
Lo piansero in tutti i continenti.
[explicit]