La Cripta dei Cappuccini

Frasi da La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth.

Il nostro nome è Trotta. La nostra casata è originaria di Sipolje, in Slovenia. Casata, dico; perché noi non siamo una famiglia. Sipolje non esiste più, da tempo ormai. Oggi, insieme con parecchi comuni limitrofi, forma un centro più grosso. Si sa, è la volontà dei tempi. Gli uomini non sanno stare soli. Si uniscono in assurdi aggruppamenti, e soli non sanno stare neanche i villaggi. Nascono così entità assurde. I contadini sono attratti dalla città e gli stessi villaggi aspirano per l’appunto a diventare città.
[incipit]

Per la prima volta, dopo anni, vidi il mattino in casa mia e mi accorsi che era bello. […] Mi piacevano le finestre aperte. Mi piaceva il sole. Mi piaceva il canto dei merli. Era dorato come il sole di primo mattino.
(Pagina 9)

 

Anche lui era così smilzo e nero, così bruno di pelle e ossuto, scuro, un autentico figlio del sole, non come noi, i biondi, che del sole siamo solo i figliastri.
(Pagina 10)

 

Sa, io non sono un patriota, ma ai miei compaesani voglio bene. Tutto un Paese, una patria, è qualcosa di astratto. Ma un compaesano è qualcosa di concreto.
Il conte Chojnicki
(Pagina 29)

 

…la grande guerra che giustamente, a mio parere, viene chiamata “guerra mondiale”, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo…
(Pagina 44)

 

L’odore era acuto, ma familiare, quasi come di casa, sebbene io non avessi mai fatto una colazione del genere; il fatto è che allora mi piaceva tutto, ero giovane, e con ciò è detto tutto.
(Pagina 48)

 

Il vecchio Jadlowker, un ebreo antichissimo dalla barba d’argento, sedeva rigido e mezzo paralizzato davanti all’immenso portone ad arco dai battenti color verde-prato. Somigliava a un inverno che ancora voglia godere gli ultimi bei giorni dell’autunno e portarseli via in quell’eternità così vicina nella quale non esistono più stagioni.
L’argenteo ma pur sempre tiepido sole autunnale inondava di luce il vecchio, che sedeva in faccia all’occidente, che era in attesa della sera e del tramonto, indizi terreni della morte, quasi aspettasse che l’eternità, alla quale quanto prima era destinato, venisse a lui, invece di andarle lui incontro. Instancabili stridevano i grilli. Instancabili gracidavano le rane. Una gran pace regnava in questo mondo, l’acerba pace dell’autunno.
(Pagina 51)

 

Perfino una morte assurda era preferibile a una vita assurda. Avevo paura della morte. Questo è certo. Io non volevo restare ucciso. Volevo unicamente acquistarmi la sicurezza di poter morire.
(Pagina 53)

 

Ero ancora troppo giovane per dimostrare commozione senza vergogna. E da quella volta mi sono reso conto che bisogna essere ben maturi e perlomeno avere molta esperienza per mostrare un sentimento senza l’impedimento della vergogna.
(Pagina 64)

 

Era senza dubbio una di quelle idee che sprezzantemente si definiscono “romantiche”. Eppure, lungi dal vergognarmene, ancora oggi insisto a dire che questo periodo della mia vita, il periodo delle idee romantiche, mi ha avvicinato alla realtà più delle rare non romantiche che ho dovuto forzatamente impormi: ma come sono assurde queste definizioni che ci hanno tramandato! Ammettiamole pure – ebbene: io credo di aver sempre osservato che il cosiddetto uomo realistico se ne sta impenetrabile su questo mondo come un muro di cinta in calcestruzzo, e il cosiddetto romantico è invece come un giardino aperto, in cui la verità entra ed esce a piacimento…
(Pagina 78)

 

«Lo specchio!». Jacques le portò lo specchietto ovale. Si guardò il viso per un bel po’, senza fare un gesto. Sì, le donne del suo tempo non avevano ancora bisogno di aggiustarsi con belletto, cipria, pettini o anche semplicemente con le sole dita, vestito, viso, capelli. Era come se mia madre comandasse disciplina e distinzione ai capelli, alla faccia, al vestito, soltanto con lo sguardo col quale ora esaminava la sua immagine riflessa. Senza che avesse mosso una mano, sparì d’un tratto qualsiasi familiarità, intimità, e io stesso mi sentii pressappoco come un ospite in casa di una vecchia signora sconosciuta.
(Pagina 83)

 

Delle vie traverse e diritte per le quali arrivammo in Siberia non sto a raccontare. Vie diritte e traverse
s’intendono da sé.
(Pagina 100)

 

Mi riesce estremamente difficile raccogliere le idee se ci sono degli odori penetranti. L’odore è più potente
del rumore.
(Pagina 130-31)

 

Pensai che avrebbe ordinato un liquore. Ma invece chiese würstel con rafano. Le donne in lacrime hanno appetito, pensai. Inoltre il rafano giustifica le lacrime.
(Pagina 131)

 

Tutti noi avevamo perso rango e posizione e nome, casa e denaro e valori: passato, presente, futuro. Ogni mattina quando aprivamo gli occhi, ogni notte quando ci mettevamo a dormire imprecavamo alla morte che invano ci aveva attirato alla sua festa grandiosa. E ognuno di noi invidiava i caduti. Riposavano sotto terra e la primavera ventura dalle loro ossa sarebbero nate le violette. Noi invece eravamo tornati a casa disperatamente sterili, coi lombi fiaccati, una generazione votata alla morte, che la morte aveva sdegnato.
(Pagina 141)

 

Il signor von Stettenheim, per guardare l’ora sul suo orologio da polso, aveva l’abitudine di portarsi la mano sinistra davanti agli occhi dopo aver proteso il braccio con un gesto brusco che faceva trasalire. Io avevo sempre l’impressione che desse un pugno a un suo vicino di sinistra, che per fortuna non esisteva. Quando sollevava la tazzina del caffè usava allungare, come le istitutrici, il dito mignolo della mano destra, per l’appunto il dito al quale portava il suo massiccio anello col blasone.
(Pagina 151)

 

Avevano due figli, due maschi: gemelli; e tutti e due, per semplicità, si chiamavano Branco.
(Pagina 166)

 

Per piccola, brutta e rossastra che fosse la cosa fra le mie braccia, da essa emanava una forza indicibile. E più: era come se in questo povero tenero corpicino si fosse accumulata tutta la mia forza, come se tenessi in mano me stesso e il meglio di me.
(Pagina 172)

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