D’Annunzio

Avere un pensiero unico, assiduo, di tutte l’ore, di tutti gli attimi; non capire altra felicità che quella, sovrumana, irraggiata dalla sola tua presenza su l’essere mio; vivere tutto il giorno nell’aspettazione inquieta, furiosa del momento in cui ti rivedrò.

G. D’Annunzio

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Il Mar delle Blatte e altre storie

Sentite quanto parlo male? Segno che la faccenda mi interessa molto.
(Pagina 127, “Asfu”)

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Casino Totale

Ci guardammo, stanchi e frastornati.
“Casino totale, vero?”.
“Proprio così, bella mia”.

I personaggi non sono mai esistiti. Neppure il narratore. Solo la città è veramente reale. Marsiglia. E tutti coloro che ci abitano. Con quella passione che è solo loro. Questa storia è la loro storia. Echi e reminiscenze.
Nota dell’autore

Aveva solo l’indirizzo. Rue des Pistoles, nel Vieux Quartier. Erano anni che non tornava a Marsiglia. Ora non aveva più scelta.
[incipit]

Aveva la rada ai suoi piedi. Dall’Estaque alla Pointe-Rouge. Le isole di Frioul, di Chàteau d’If. Marsiglia in cinemascope. Una meraviglia.

L’amicizia ha le sue regole, non si sfugge.

Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma antico dove l’eroe è la morte. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere.

Il piacere passa attraverso il rispetto. A cominciare dalle parole. L’ho sempre pensato.

Tanta banalità e cattivo gusto in un luogo così carico di storie dolorose, mi sembra il simbolo di questa fine secolo.

E’ nei momenti di dolore che si riscopre di essere un esiliato.

Perché è così difficile farsi un amico dopo i quarant’anni? Perché non abbiamo più sogni, ma solo rimpianti?

Guardai i suoi figli. I lineamenti erano mosci. Nei loro occhi, sfuggenti, nessun lampo di rivolta. Amari dalla nascita. Avrebbero nutrito odio solo per i più poveri. E per chi avrebbe tolto loro il pane. Arabi, neri, ebrei, gialli. Mai per i ricchi. Si capiva già come sarebbero diventati. Poca cosa. Nel migliore dei casi, autisti di taxi, come il padre. E la ragazza, shampista. O commessa al Prisunic. Dei francesi medi. Cittadini della paura.

Ero come tutti gli uomini che navigano verso la cinquantina. Stavo qui a chiedermi se la vita aveva risposto alle mie speranze. Volevo dirmi di sì, ma mi restava poco tempo. Perché quel sì non fosse una menzogna.

Ma la poesia non ha mai dato risposte. Testimonia, e basta. La disperazione. E le vite disperate.

Essere pugile non significa soltanto colpire, ma, prima di tutto, imparare a ricevere i colpi. A incassare. A fare in modo che quei colpi facciano meno male possibile. La vita non è altro che un succedersi di round.

“Non posso tornare indietro, Babette. Non so dove tutto questo mi porterà. Ma ci vado. Non ho mai avuto uno scopo nella vita. Ora ce l’ho. Vale quel che vale, ma mi sta bene”.
Mi era piaciuta la luce dei suoi occhi, quando si era staccata da me.
“L’unico scopo è vivere”.
“E’ proprio ciò che ho detto”.

Lo sguardo degli altri è un’arma di morte.

Non sopporterei di essere amato da una donna che non ha niente da perdere. Amare, è questo, la possibilità di perdere.

Fuori, il sole mi inondò il viso. L’impressione di tornare alla vita.
La vera vita. Dove la felicità è un insieme di piccoli fatti insignificanti. Un raggio di sole, un sorriso, la biancheria stesa a una finestra, un bambino che gioca a calcio con una scatola di conserva, un’aria di Vincent Scotto, un leggero colpo di vento sotto la gonna di una donna…

Hassan si era fatto una bella clientela di giovani, liceali e studenti. Quelli che saltano i corsi, soprattutto i più importanti. Parlavano del futuro del mondo davanti a una birra, poi, dopo le sette di sera, decidevano di ricostruirlo. Non serviva a niente, ma era bello farlo.

So che per te non è una questione di vendetta, ma esistono cose che non si possono lasciar correre. Perché, altrimenti, non ti puoi più guardare allo specchio.
Pérol

Ricordavo la canzone dei Doors. “The End”.
Era sempre la fine, annunciata, che si avvicinava a noi. Bastava aprire i giornali alla pagina internazionale o alla cronaca. Non occorrono le armi nucleari. Ci ammazziamo con ferocia preistorica.

da Casino Totale di Jean-Claude Izzo

Sorgente: Casino Totale « il tempo di leggere

Chiesi a Dio la ricchezza per poter essere felice
e mi diede la povertà perché fossi saggio.
Chiesi di tutto per potermi godere la vita
ebbi la vita per godere di tutto.
Non ebbi nulla di quello che avevo chiesto,
ma ebbi tutto quello che avevo sperato.

(Dal muro di un vecchio monastero)

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato

— Che succede?
— Willy Wonka farà entrare la gente! Apre la fabbrica!
— Ne sei sicuro?
— L’ha detto la radio, e regalerà anche un sacco di cioccolata!
— (alla classe) La lezione è finita!!!!
— Ma vale solo per cinque persone!
— (alla classe, tristemente) La lezione non è finita…
— Ci sono cinque biglietti dorati e le persone che li trovano vinceranno il premio.
— Dove si prendono i biglietti?
— Bisogna compare le barre di cioccolato Wonka per trovarli.
— (alla classe) La lezione è ri-finita!!!!
Il professore e un alunno

Quota quattro. Ancora uno. Da qualche parte, in chissà quale dei cinque continenti, una persona fortunata sempre di più si sta avvicinando all’ultimo dei cinque premi più ricercati della storia. Invidiarla, non possiamo fare altro, chiunque sia. Potremmo essere tentati di diventare acidi e gelosi, ma dobbiamo rammentarci che ci sono cose più importanti di questa, molto più importanti di questa cosa. Non me ne viene in mente nessuna, ma sono certo che ce ne devono essere.
Un giornalista

— Per me quello è completamente suonato!
— Non è mica un difetto!
Veruska e Charlie a proposito di Willy Wonka

— Non dimenticare quello che accadde a chi ha avuto ciò che ha sempre desiderato.
— Cosa gli successe?
— Da allora visse felice e contento.
Willy e Charlie

da Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato

Ragione e Sentimento

da Ragione e Sentimento (Sense and Sensibility) di Jane Austen

The family of Dashwood had long been settled in Sussex. Their estate was large, and their residence was at Norland Park, in the centre of their property, where, for many generations, they had lived in so respectable a manner, as to engage the general good opinion of their surrounding acquaintance.
La famiglia Dashwood si era da tempo stabilita nel Sussex. Avevano una vasta tenuta e risiedevano a Norland Park, al centro della proprietà, dove, per molte generazioni, avevano vissuto in maniera tanto rispettabile da meritarsi la stima generale dei conoscenti nel circondario.

[incipit]

Elinor [..] possedeva una capacità di comprensione, e una freddezza di giudizio, che la qualificavano, anche se a soli diciannove anni, a dare consigli alla madre […]. Aveva un cuore eccellente, era affettuosa, e i suoi sentimenti erano forti, ma lei sapeva come governarli, una qualità che la madre doveva ancora imparare, e che una delle sue sorelle era risoluta a non imparare mai.

(Capitolo 1)

Le doti di Marianne erano, per molti aspetti, del tutto simili a quelle di Elinor. Era sensibile e intelligente, ma impaziente in tutto; le sue pene, le sue gioie, non potevano essere moderate. Era generosa, amabile, interessante, tutto meno che prudente.

(Capitolo 1)

In ogni visita di cortesia ci dovrebbe essere un bambino, per fornire alimento alla conversazione.

(Capitolo 6)

I wish as well as every body else to be perfectly happy; but, like every body else it must be in my own way.
Così come chiunque altro vorrei essere perfettamente felice, ma come chiunque altro voglio esserlo a modo mio.

Edward Ferrars
(Capitolo 17)

Dovete prende il tè da noi stasera, perché saremo completamente soli; e domani dovete assolutamente pranzare da noi, perché saremo in numerosa compagnia.

Sir John Middleton e la sua logica inoppugnabile!
(Capitolo 18)

“Amore mio, tu contraddici tutti”, disse la moglie con la solita risata. “Sai che sei proprio sgarbato?”
“Non sapevo di aver contraddetto qualcuno chiamando maleducata tua madre.”
“Ma sì, potete offendermi quanto volete”, disse bonariamente la vecchia signora, “Avete preso Charlotte dalle mie braccia, e non potete restituirla. Perciò il coltello dalla parte del manico ce l’ho io.”
Charlotte rise di cuore al pensiero che il marito non avrebbe potuto liberarsi di lei, e disse, esultante, che non le importava che con lei fosse bisbetico, visto che dovevano per forza vivere insieme. Era impossibile per chiunque essere più socievole, o più determinata a essere contenta, di Mrs. Palmer. La studiata indifferenza, l’insolenza e il malumore del marito non le arrecavano nessuna pena; e quando la rimproverava o la offendeva, si divertiva un mondo.
“Mr. Palmer è così buffo!” disse, sussurrandolo a Elinor. “È sempre di cattivo umore.”

(Capitolo 20)

— Io, Marianne, non ho davvero niente da dire.
— Nemmeno io, la nostra situazione perciò è uguale. Nessuna di noi ha niente da dire; tu, perché non parli, e io, perché non nascondo nulla.

Elinor e Marianne
(Capitolo 27)

Marianne, che aveva il talento di scovare in ogni casa la direzione per la biblioteca, anche quando era trascurata dall’intera famiglia, si procurò ben presto un libro.

(Capitolo 42)

Tra Barton e Delaford ci fu quella costante comunicazione dettata in modo naturale dal forte affetto familiare; e tra i meriti e i motivi di gioia di Elinor e Marianne, non dev’essere considerato come il meno importante che, sebbene sorelle, e vivendo quasi l’una sotto gli occhi dell’altra, riuscirono a vivere senza screzi, e senza provocare freddezza tra i loro mariti.

[explicit]

http://www.naufragio.it/iltempodileggere/10168